Tutti hanno un sogno nel cassetto: la procedura standard è che ce li metti dentro e di tanto in tanto vai lì e cerchi di tirarli fuori. Solo che la sognite (il materiale che compone i sogni) è pesante ed alla fine uno i sogni spesso ce li lascia nel cassetto. Troppo sbattimento tirarli fuori.

Solo che a volte può capitare che i sogni prendano vita e dal cassetto ci saltino fuori da soli, mettendosi a correre per la stanza starnazzando come una gallina scampata alla mannaia.

Ora immaginate il sottoscritto che aveva abbandonato ogni speranza di veder pubblicato il suo romanzo, lasciato il suo blog a marcire in mancanza di lettori, ed era tornato a spingere il suo carrello di carbone in miniera. O beh, si continuava a scrivere eh, ma più per passione che altro. E giù in miniera, i blocchi di sognite si facevano sempre più rari. Piccoli sassetti inutili, per lo più.

E poi un venerdì sera apri la posta, e come un ceffone, ti arriva un mail da un editore. La rileggi tre volte, quattro, cinque, perché non può essere che tu abbia letto quello che hai letto. Da qualche parte ci deve essere quella frase: “non siamo interessati” a cui sei ormai assuefatto. E invece no. Anzi, in allegato ci sono due files. Uno è il tuo romanzo, debitamente impaginato e editato. Il secondo è qualcosa di molto simile ad una reliquia marziana. Qualcosa che si sussurra esista, ma che ben pochi hanno realmente visto e toccato. E’ una proposta di pubblicazione.

Improvvisamente, nella miniera, dietro uno strato di roccia, appare un filone enorme di sognite. Talmente grande, che una volta tirata fuori, ci potresti sguazzare in mezzo come è solito fare zio Paperone con le sue adorate monete. Sognite pura, concentrata, della migliore qualità.

La macchina si mette in moto, rispondi alla mail dell’editore, stando ben attento alle virgole, alle maiuscole, a dare del lei nella migliore maniera possibile, e dopo neanche mezz’ora quello ti risponde, inviandoti un contratto da firmare, chiedendoti come vuoi la copertina e via dicendo. Sei dentro: risucchiato nel tuo stesso sogno.

Anche il blog, che avevi abbandonato, e che tanto non si fila nessuno, riprende ad avere un suo perché: con ogni probabilità continuerà a non filarselo nessuno. Ma è una parte del sogno, ed è giusto che anche lui venga rimesso al suo posto, lustrato e rimesso in pista.

 

Sperando non suoni la sveglia troppo presto.

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Tutto troppo facile

Pubblicato: 25 agosto 2011 in Uncategorized

E’ una giornata afosa, appiccicosa ed umidiccia. Manca solo un cespuglio che rotoli di fronte alla tua faccia, ed il quadro è completo. Non succede nulla, non si muove una foglia. Persino il maledetto telefono se ne sta muto in un angolo come un gatto fin troppo sazio. Non hai nulla da fare. Assolutamente nulla. Il vuoto cosmico. Pagheresti per vedere arrivare una e-mail. Daresti un rene perché qualcuno venisse a cercarti per fare due parole. Ma oggi l’universo ha deciso di vestire di nulla la tua giornata. E tu, non ci puoi fare nulla. Anzi, no! Cristo, puoi scrivere! Finalmente! L’occasione migliore del mondo per buttare giù una ventina di cartelle belle fumanti. Come il pane. Che non vi venga in mente altro. Una full immersion di quelle che non ti fai da quando hai iniziato il romanzo caricato a molla dall’entusiasmo per la nuova idea. Ancora te lo ricordi nei tuoi sogni più perversi, di come le tue mani volavano sulla tastiera come sul corpo di una bella donna.

E allora, perché le mani sembrano tanto pesanti? Perché il cervello partorisce solo un borbottio fastidioso? Perché gli avambracci dispettosi si incollano sulla scrivania come se un bambino ci avesse fatto rotolare sopra un quintale di zucchero filato condito con mastice? Ti senti addosso l’energia che potrebbe avere un gatto di ferro battuto. La forza di una caramella gommosa. L’entusiasmo dell’impiegato del catasto un lunedì mattina di Agosto dopo essere appena tornato dalle ferie. Tre settimane: alle Maldive. Con due gemelle tettone.

Attenzione, non parlo di blocco dello scrittore! Parlo di quella sensazione di apatia che ti prende quando è tutto fin troppo facile. Quando sai abituato a sudarti il quarto d’ora quotidiano  per scrivere, e ritagliarlo è una fatica enorme: se poi viene tutto facile, ti sembra quasi che non sia giusto. Di  non essertelo meritato. Magari ti sentiresti meno in colpa se qualcuno ti fustigasse un poco. Solo un poco, così ti senti più a tuo agio.

Metafisica a parte, immagino che anche il caldo faccia la sua parte in certi casi. Anche se c’è un condizionatore da un fottiliardo di btu che ti spara addosso aria gelida peggio di una porta sull’antartico, guardare fuori dalle finestre e vedere l’aria che ballonzola ti fa pensare solo ai cani del deserto. Mica a cose divertenti.

Alla fine, dici a te stesso: benissimo, non ci schiodiamo di un millimetro con il romanzo, ma almeno buttiamo giù qualche riga da sbattere sul blog, così magari la smettiamo di farcirlo di post sintetici quanto un maledetto sms. Certo. Come no. Grande idea. Venite voi a scollarmi gli avambracci dalla tastiera?

Destro / Sinistro & K.O.

Pubblicato: 23 agosto 2011 in Uncategorized

Avete presente quella vecchia faccenda della tizia che accompagna l’amica fissata a fare un provino, viene notata per caso e frega il posto alla tizia? Ecco, ora immaginatevi il sottoscritto che confida ad un collega che sta provando a scrivere

“Eh pure io! Te che sei esperto (ehm… de che?) leggeresti qualche pagina?”

“Certo volentieri”

Il tizio mi da una manciata di pagine, le leggo (sono effettivamente buone secondo me), e gliele rendo con un paio di consigli del wannabe che non sa farsi i cazzi suoi. Poi gli dico di provarci e gli do la mia lista di editori bella e scremata. Lui tentenna, fa il modesto, il timido, il reticente. Io insisto: gli dico che a provarci non ci rimette niente di più che qualche ora del suo tempo. Alla fine in qualche modo lo convinco. Quelle cose che fai con la naturale disponibilità con cui saluti un conoscente, ma che non ti aspetti che abbiano una reale ricaduta sulla vita delle persone. Per il semplice fatto che quando qualcuno le ha fatte a te, non è mai successo nulla. Anzi, ti hanno causato più problemi che altro. Vi potrei raccontare qualche episodio emblematico, ma sorvolo.

Lui manda una dozzina di pagine ad una manciata di editori e tah-dah! Gli chiedono anche il resto: sono interessati. Tempo di gestione: due settimane scarse. Io ho mandato una quindicina di manoscritti a fine giugno, ed ho avuto tre “no”. Per il resto silenzio di tomba.

Felicità per il collega, che effettivamente scrive bene, e spero che gli pubblichino il suo romanzo. Glielo auguro davvero, dovessi annaspare nella bile per l’invidia per il resto dei miei giorni. Perché ovviamente sarà così, nel caso di un successo. Delusione totale sul fronte personale: cazzotto allo stomaco.

Ovviamente la cosa non poteva finire là: arrivo a casa, scarico la posta, e con somma emozione vedo che uno degli editori su cui contavo di più mi ha finalmente risposto.  Apro la mail con trepidazione, e trovo una gioiosa risposta (immagino preconfezionata) in cui si rifiuta il manoscritto ma mi si dice di continuare a cercare, perché certamente avrò fortuna altrove: gancio al mento e KO tecnico. 

Risultato della combinazione ricevuta: nervoso a palla e nottataccia insonne. Devo ammettere che quando ho iniziato questa “avventura” ero cosciente di andare incontro a parecchie botte sulle gengive: ma ero solo cosciente, e non realmente pronto ad incassarle. Ero consapevole che quello che stavo scrivendo non avrebbe facilmente trovato un editore: decisamente poco commerciale. Al di là del fatto che sia scritto bene e tutto il resto. Tutto ciò non mi smuove di un millimetro sia chiaro: il primo round è andata maluccio, ma ho spirito e testardaggine da investire nella faccenda. Rialziamo i guantoni: il secondo romanzo è completo per più di metà!

la visione d’insieme

Pubblicato: 18 agosto 2011 in Uncategorized

Immaginate per un attimo di trovarvi in un prato sconfinato. Una distesa di erba che continua a perdita d’occhio. Mentre camminate, all’improvviso vi imbattete in una sorta di solco nel terreno, di forma circolare, facciamo di un paio di metri di diametro, dal quale si dipartono un altro paio di solchi. Incuriositi, seguite uno dei solchi, e vi rendete conto che si tratta di un disegno. Un disegno che si estende per chilometri. Siete sempre più curiosi, ma dalla posizione in cui siete, è assolutamente impossibile avere una visione d’insieme che vi permetta di capire di cosa si tratta.

Immaginate ora di salire su una mongolfiera (bando alla taccagneria) e di alzarvi gradualmente dal suolo. Mano a mano che vi alzate, porzioni sempre più ampie di questo disegno vi saranno chiare, fino a quando, raggiunta una certa altezza avrete un quadro completo della figura. In quel preciso istante, avviene una sorta di illuminazione che completa il quadro nel vostro cervello.

Quanto avete appena letto, ammesso che non ve ne siate stufati prima, è una rapida descrizione di come NON si scrive un romanzo, ovvero partendo da una immagine singola, per ricostruirci attorno una storia. Come ogni scrittore dotato di senno sa, invece, prima si devono avere le idee chiare e farsi uno schema. Cosa che ovviamente io non faccio: vantaggi e svantaggi di essere uno wannabe.

A me tuttavia interessava parlare di quel momento fantastico in cui la storia, di cui vedevi solo dei pezzetti, ti si compone magicamente in testa. Il fili si intrecciano, i pezzi si incastrano, i personaggi prendono il via a fare le cose da soli, senza che nessuno dica loro niente. E’un attimo, in cui il cervello elabora tanta di quella roba tutta insieme, che  ti senti stordito ed incapace di capire come hai fatto a non capire prima quell’intreccio tanto semplice.

E’ un po’ quello che accadeva con  alcuni dei robottoni dei cartoni animati della mia infanzia: vari pezzi che si lanciavano in aria, iniziavano un balletto in cielo con sottofondo di musica truzza giapponese ed alla fine di una meravigliosa coreografia davano origine al mega-robot-della morte. E c’era un momento, un fantastico momento in cui appena tutti i pezzi erano al loro posto, il neonato robot si illuminava e si metteva in posa da battaglia. Roba da magone allo stomaco. Ieri, al mio romanzo è successa la stessa cosa.

“Miwa, lanciami i componenti! (cit.) “

comicità rabbiosa…

Pubblicato: 3 agosto 2011 in Uncategorized
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Si può scrivere un romanzo umoristico o comunque ideare qualcosa d mentre si sta vivendo un periodo particolarmente stressante? Al primo impatto viene da dire: “Eccerto, io ho le palle girate e devo pensare a far ridere altra gente…”. Apparentemente la questione è chiusa. Ma pensiamo un attimo a questo: ci ha fatti imbestialire una persona? Perché non partire all’attacco creando un personaggio simile al nostro bersaglio, da fare a pezzi con una satira caustica e tagliente? Possiamo tranquillamente attaccare da più fronti: aspetto fisico, comportamento, modo di vestire. Stiamo scrivendo, non ci sono sensi di colpa o convenzioni sociali a trattenerci. Possiamo allegramente insultarlo, o creare un secondo

rabbia

personaggio che lo sbeffeggi nelle maniere più impensabili. O che passi alle mani con un pestaggio alla Bud Spencer. L’idea si può tranquillamente estendere ad un gruppo di persone, un’azienda, ad una categoria sociale o anche ad una nazione intera. Uno sfogo con i controfiocchi, ne converrete

Paradossalmente, tornare a casa da lavoro con gli zebedei fumanti, solitamente mi apre le porte a serate particolarmente creative, in cui saltano fuori situazioni e personaggi che a mente fredda magari scarterei, o cambierei in chiave buonista.

L’idea che mi si è fatta strada scrivendo, e di cui sono sempre più convinto, è che il buonismo sia un ostacolo serio per un contenuto comico degno di questo nome. La comicità e l’umorismo  buonisti risultano annacquati, poco efficaci: molto spesso si vengono a creare situazioni magistrali che per paura di fare un passo oltre, vengono annacquate e riportate alla normalità.

D’altro canto, quello che viene scritto in fase di furia barbarica, va certamente passato al vaglio a mente fredda più tardi, onde evitare eccessi di turpiloquio e fasi troppo sopra le righe: scremare con attenzione, facendo attenzione a non portare via niente del “buono” scaturito dal vorticare gonadico cui abbiamo dato vita.

E il fegato? Eh, il fegato è un’altra faccenda…

Personaggi in sciopero

Pubblicato: 27 luglio 2011 in Uncategorized
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Si può perdere il controllo dei personaggi del proprio romanzo? Se si è un romanziere serio, probabilmente no. In quel caso, prima di iniziare a scrivere ci si sarà preparati una scaletta completa dei personaggi e di quello che accade. Si terranno i propri personaggi al guinzaglio e non si pagherà loro manco i contributi.

Se invece si è uno scrittore wannabe come il sottoscritto, la cosa è perfettamente plausibile. Anz

i, il lettore che ci legge con il sopracciglio inarcato non si aspetta niente di meglio da noi. E chi sono io per deluderlo?

E allora ecco che il protagonista del tuo romanzo si ritrova dal nulla con un padre ex atleta olimpico. E questo solo perché dopo averlo tratteggiato e averne definito il carattere, ti rendi conto che non può più essere un carabiniere. Te lo dice chiaro e tondo in faccia e ti sfida a dargli torto, se ne hai il coraggio. Io, che ho letto “la metà oscura” di King, ben mi guardo dal far incazzare i personaggi dei miei romanzi. Ci tengo alla vita, io.

E succede anche che uno dei personaggi comprimari, che nella tua mente di maschio medio malato per la patata doveva essere una bonazza da defibrillatore immediato, pretenda di essere un donnino minuto con un carattere da sbarco in Normandia con il coltello tra i denti. E tu, che sei solo scrittore wannabe, di fronte a queste rivendicazioni quasi sindacali, ti senti disarmato.

Lo stesso problema ce l’avevo avuto anche con il romanzo che dà il nome a questo blog, ma è con questo secondo che viene a galla come l’olio in mezzo al brodo caldo (licenza poetica tipicamente estiva)

Che si fa quindi? Si litiga con le maestranze? Cazziatone generale e Raus! Tutti ai propri posti, e ringraziate pure, che con la crisi che c’è un altro che vi fa fare i personaggi in un romanzo non lo trovate manco per il piffero?

Non sono il tipo: stì personaggi mi piacciono, mi ci sono affezionato, e mi va di fargli fare un po’ quello che gli pare. Mettiamola così: io e loro abbiamo fatto una cooperativa. Se va bene, va bene per tutti, e si divide la gloria. Se va male, vuol dire che la situazione resta com’è. Al massimo, ci pigliamo una pernacchia e un po’ di verdura sul palco…

La vena umoristica

Pubblicato: 26 luglio 2011 in Uncategorized
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La vena umoristica uno ce l’ha o non ce l’ha, c’è poco da fare. Non si diventa divertenti con un corso universitario o studiando ironia e maieutica. La stessa barzelletta o lo stesso commento sagace perdono o acquistano valore a seconda di chi li racconta. Un’inflessione dialettale, un tono sopra le righe o anche solo una faccia particolarmente scema e tac! Il gioco è fatto: la gente ride. Considerazione scontata finché si parla… Ma a scrivere come funziona?

Questione di stile, verrebbe da dire. Ed ecco che il sottoscritto, partito come scrittore (wannabe) di roba pulp, nel bel mezzo del cammin di sua vita, decide di mollare sia l’appena concepito romanzo fantasy che la fetta di  drammatico che aveva in cantiere perché folgorato. Galeotta fu una cosa stupida (molto stupida) fatta da un conoscente. Un flash improvviso nella testa. Un’idea folgorante, un personaggio che si fa concreto in testa e via! In una settimana in cui l’insonnia si fa particolarmente pesante, una trentina di cartelle pronte e di buona qualità.

Ma (perché c’è sempre un ma, come sappiamo tutti). Fanno ridere? Secondo me si, o quanto meno sono di piacevole e fresca lettura. Sottoposte al consueto giudizio muliebre, hanno passato l’esame. Il che di per sé non vuol dire nulla, come ebbi già modo di osservare a suo tempo.

In generale ho notato che se nella vita l’essere “umorista” (passatemi la licenza (con chi parlo poi, non mi legge nessuno)) mi riesce abbastanza bene, in virtù di una creatività bizzarra ed un orrendo accento veneto, nello scritto queste “doti” mi sono negate. O meglio, mi è negato l’accento (Dio sia lodato), mentre la creatività bizzarra è quella che viene  fuori alla grande: accostamenti linguistici strani, similitudine inusuali e uso di livelli lessicali contrapposti. Situazioni assurde, paradossali. Tutta roba che, me ne rendo conto solo ora, fa sbadigliare a vederla spiegata, ma messa in pratica, dovrebbe far ridere. Se uno fosse capace ad usarla.

In aggiunta, mentre si scrive qualcosa di umoristico, un traguardo particolarmente difficile da conseguire è quello di mantenere costante il livello comico. Perché la comicità a macchia di leopardo non convince: pensate un po’ a gran parte delle commedie americane, che fanno ridere per mezz’ora come dei pazzi, e poi tutto il resto è fuffa, riempitivo, spesso palloso. Oppure sbrodolatura sentimentale. Ed un romanzo, specie quello di un esordiente, non se lo può permettere …