testardo io?

Pubblicato: 21 luglio 2011 in Uncategorized
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E’ più sensato insistere o prendere atto dei propri presunti limiti? Meglio essere testardi o flessibili? Quando ti sei sbattuto per qualche mese per scrivere un romanzo che, a quanto sembra non verrà mai pubblicato, la domanda te la poni. O meglio, prima ti chiedi se sei in grado di scrivere. Domanda un po’ generica, ma sensata.

mulo o asino?Mi sono riletto un po’ di cose che ho scritto: con tutti i limiti del caso, non mi sembra male. O meglio, non mi pare si tratti di una grossa merda fumante (perdonate il termine “fumante”). Inoltre qualche parere positivo sull’operato l’ho ricevuto. Insomma, so scrivere. Magari non benissimo, ma l’analfabetismo almeno è scongiurato. Mica pizza e fichi.

Stadio successivo: ti chiedi se sei in grado di scrivere un romanzo. Qui la faccenda si fa più intricata, perché alla fine non ho ancora deciso se questa cosa la decide l’editore, un eventuale lettore, o se semplicemente è una cosa soggettiva. Mi viene in soccorso la matematica, e stabilisco d’ufficio che stiamo al 50% come possibilità.

Stadio finale: ti chiedi se sei in grado di scrivere un “bel romanzo”. Qui mi sa che semplicemente questa cosa non la posso stabilire io. Mi arrendo in partenza e sollevo le mani. Mi appello alla generosità della corte, signori giurati: ho fatto del mio meglio. Ci ho messo l’anima (ma non ho firmato nessun contratto con il sangue, per fortuna …)

Per adesso insisto: se non per altro, almeno per il fatto che mi sto divertendo ad imbrattare fogli di scrittura. Mi ci sto divertendo molto, e per certi versi c’è qualcosa che mi spinge in profondità a farlo: esigenza creativa, la potrei chiamare, ma questo è un blog semiserio e non ho voglia di andare troppo in profondità. Ma finché qualche editore, snervato dal leggere (o semplicemente cestinare) i miei manoscritti, non deciderà di dirmi chiaro e tondo di piantarla perché la mia strada è la miniera di carbone, mi sa che sceglierò sempre e comunque la via della testardaggine …

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Uno che apre un blog per promuovere un romanzo che probabilmente non uscirà mai, di per sé non è esattamente normale. Ma lo si po’ capire (forse). Ma uno che poi dentro ci parla del libro scritto da un altro è probabilmente da ricovero coatto. Eppure non posso non farlo, perché “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, a dispetto del titolo cretino, è un romanzo imperdibile.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

E’ il classico libro che vorresti aver scritto tu, tanto è semplice e geniale allo stesso tempo.

Il protagonista Allan Karlsson è un vecchietto molto arzillo che ha molto il comune con Forrest Gump e se vogliamo pure con il Baudolino di Umberto Eco per la capacità di essere sempre e comunque dove si fa la “storia” con la “S” maiuscola. Ma è superiore ad entrambi per freschezza ed umorismo.

La vicenda si svolge in due blocchi narrativi paralleli: quello del presente, in cui il vecchio ruba per caso una valigia con 50 milioni di corone a dei “pericolosi” criminali svedesi, e quello in cui narra l’inusuale vita del protagonista

Una sarabanda di situazioni inverosimili, ridicole, assurde e pure maledettamente plausibili che mi hanno fatto letteralmente ribaltare dalle risate in svariate occasioni. Il protagonista ha il carisma dell’anima candida e una semplicità che gli permettono di parlare da pari a pari con Stalin, Mao, Churchill e compagnia cantante e di ridurre la “storia” di cui sopra, alla più leggera delle farse.

Potrei sprecare decine di megabyte di prezioso spazio virtuale ad elogiare questo libro, ma rischierei di rovinare qualcuna delle numerose sorprese che l’autore è riuscito a mettere insieme.

L’imperativo è uno: comprare questo libro. Romanzo dell’anno per il sottoscritto. E siamo ad inizio Luglio.

Avete mai provato a riprendere in mano un romanzo incompleto, o anche una semplice dozzina di pagine, dopo un paio di mesi? A me capita spesso perché sono discontinuo e tendenzialmente pigro. La sensazione che traggo dal manoscritto “freddo”, è per lo più di disgusto. E’ come tirare fuori un piatto di pasta con le vongole dal frigo e pensare di mangiarla con avide forchettate.

Ma neanche a parlarne! Solo che se un piatto di pasta alle vongole, mal che vada in mezz’ora lo si mette in campo, un corposo pezzo di romanzo di solito è frutto di settimane se non mesi di lavoro. Che si fa, li si butta? Pare demenziale, ma in un paio di casi l’ho fatto. Dimostrando una lungimiranza degna di un kamikaze alle prime armi anni fa gettai via circa duecento (200) cartelle di un romanzo di fantascienza dopo che per tre mesi non lo avevo toccato causa esami universitari. C’è da dire che quella roba non si poteva leggere tanto era scritta male, ma poco importa: non mi verrete a dire che i romanzi di Moccia sono scritti bene, no?

Ecco, in questi giorni ho dovuto mollare per forza di cose i due romanzi che sto scrivendo: ieri ho provato a riprenderli in mano e le sensazione che ne ho tratto è stata proprio quella della pasta alle vongole del giorno prima. Questa volta però mi violenterò senza dubbio e mi costringerò a continuare quello che ho iniziato. Un po’ perché aver finito almeno un romanzo mi legittima a pensare a me stesso come ad uno “scrittore wannabe” piuttosto che ad uno scribacchino incapace di insozzare anche un file word inerme. Ed uno scrittore wannabe ha indubbiamente più pelo sullo stomaco dello scribacchino ecc… è può affrontare con piglio deciso e sprezzo del pericolo anche la più temibile delle vongole…

bulimia ed anoressia creative

Pubblicato: 30 giugno 2011 in Uncategorized

Cosa regola gli appetiti creativi di uno scrittore wannabe? A parte il caldo, intendo. Perché diamine un giorno si riesce buttare giù venti cartelle perfette mentre il giorno dopo tre righe che a rileggerle tempo dopo ti viene voglia di prendere il diploma di terza media e farne un gioioso fagotto? Una faccenda interessante alquanto, specie se uno si è prefisso degli obiettivi e delle scadenze.

Il buon S. King millanta nei suoi libri di scrivere almeno 20.000 parole al giorno. Io non credo di riuscire neanche a pronunciarne la metà.

Poi lui è un genio ed io un fesso, ed è probabilmente il motivo decisivo nonché la chiusura del cerchio.

Ho notato che un ruolo decisivo nella voglia di scrivere “la radice del rovo” è stato l’entusiasmo: entusiasmo sull’onda del successo di un’amica che mi ha contagiato e convinto a riprendere il mano penna e calamaio. (Poi li ho buttati via, che si scrive meglio col PC). Entusiasmo nel vedere che la storia filava, i personaggi erano belli vivi (almeno finché non li facevo fuori). Insomma, sto riscoprendo l’acqua calda.

Invece il mio secondogenito va a rilento, probabilmente perché i due schiaffoni arrivati tramite mail dai miei potenziali editori con due bei “non siamo interessati” mi hanno strappato l’entusiasmo dal cuore come farebbe un contadino incazzoso con delle erbacce infestanti che gli stanno insozzando l’orticello e minacciando la rucolina da taglio. Quanto la odio la rucolina.

E a parte questa magnifica e mirabolante scoperta dell’acqua calda? Gli impegni ci mettono del loro, indubbiamente, ma se uno lo vuole veramente, il tempo lo tira fuori, se fosse il caso anche sottraendolo dall’espletazione di funzioni fondamentali come mangiare, dormire, defecare o chissà che.

Magari ecco, il sesso in questo caso teniamolo da parte…

30° alle otto e mezza di mattina. La prospettiva di attraversare il piazzale del parcheggio dell’azienda dove lavoro è devastante. Vedo le dune tra le auto, ed un cespuglio rotola festoso arso dai raggio di un sole Sahariano. Per fortuna
spremendo il condizionatore come un limone la situazione si fa vivibile, ma fuori dalla finestra si vede l’aria bollire.Gli uccelli boccheggiano. E come per magia la furia creativa che animava il sedicente scrittore wannabe, svanisce. Evapora. Si liquefa.

O meglio, le idee prima chiare e cristalline come una statua di ghiaccio, si fanno opache, distanti e lattiginose. Sono invitanti come un piatto di minestra bollente, con tanto di macchie d’olio a galleggiarci sopra. Roba che solo all’idea di toccare la tastiera, al creativo gli si accappona la pelle.

Gli avambracci si fanno appiccicosi, ed i tasti della tastiera che prima si facevano picchiettare allegri, ora sono indolenti e fastidiosi come un impiegato delle poste alle 11.58. Non ci sono storie. Il caldo ammazza la creatività. E se non ce la fa, quantomeno la stordisce, la anestetizza, le fa mobbing. E le idee si ritirano in un angolino buio a frignare e a muovere la testa a scatti come se fossero autistiche.

Anche se una certa iconografia vuole gli scrittori piazzati in qualche paradiso tropicale, in bermuda e canottiera a sorseggiare un bel cocktail con l’ombrellino, devo dire che sarebbe più adeguata forse l’ambientazione dentro un igloo, con tanto di foche  e pinguini sullo sfondo. Che il freddo faccia avvicinare i neuroni tra di loro per scaldarsi e quindi si scambino impulsi in modo più veloce?

Nel dubbio lo scrittore wannabe si violenta e scrive comunque, anche se pagini fluiscono più lente e meno brillanti. Vorrà dire che la fase di revisione (l’odiosa fase di revisione) dovrà essere più attenta e fiscale.

Immaginate di svegliarvi la domenica, dopo un sabato sera fuori con gli amici, nel quale siete stati storditi di chiacchiere inutili per tre ore, ed in cui avete trattenuto a fatica l’istinto omicida. E solo perché la stanchezza era semplicemente troppa. Ora, immaginate anche che quello che vi attende per pranzo sia la celebrazione dei 90 anni della madre di vostro suocero con una quarantina di parenti che conoscete appena di vista e che si detestano cordialmente tra di loro. Quadro paradisiaco, no? Bon, aggiungeteci che alle 9 del mattino, fuori ci sono già una trentina di gradi pronti a lessarvi il cervello.

Vi viene già voglia di staccarvi un braccio e morire dissanguati, no?

Ovviamente non basta, in quanto all’improvviso mi compare nell’angolino in basso a destra del monito una piccola anteprima di una mal in cui si legge in nome di una delle case editrici cui ho inviato il romanzo. Panico. Tachicardia. Senso di vertigine.

Dopo un attimo di incertezza mi getto a capofitto a cliccare sulla mail. E il cerchio della giornata di merda si chiude. Anche costoro in una riga e mezza mi liquidano dicendo che il romanzo non gli interessa, senza uno straccio di motivo. Per quanto fossi ampiamente avvisato ed informato sulla cosa (molti editori semplicemente non rispondono, quindi anche un “NO” è grasso che cola), non riesco a capacitarmene. Basterebbe anche un semplice:

 

-“Il suo romanzo è una merda”

 

-“lasci stare, si dedichi ai cavallucci marini”

 

-“E’ buono, ma non venderebbe una copia neanche a sua madre”

 

Voglio dire, uno si regola. I cavallucci marini non sono poi così male. Un filo silenziosi, ma delle belle bestie. Mentre la delusione prende lentamente il sopravvento sul sottoscritto, sento anche un leggero gorgoglio provenire dallo stomaco: sembra rumore di bile. No, non sembra, è proprio bile. Anche se ogni editore ribadisce con forza che non danno commenti di nessun genere sui romanzi scartati, entro in modalità “faccia-come-il-culo” e provo ad aggirare l’ostacolo:

Pigio il tastino “reply”, butto giù un paio di righine leccaculistiche di ringraziamento per l’attenzione dedicatami e aggiungo un “spero almeno che non sia stata una lettura troppo spiacevole”, a mò di amo nel laghetto. Magari qualche animo sensibile potrebbe abboccare …

 

Non siamo interessati

Pubblicato: 16 giugno 2011 in Uncategorized
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Gentile signor ***,

abbiamo terminato la lettura della sinossi e dell’anticipazione del suo
romanzo e le comunichiamo che non siamo interessati a valutarlo
integralmente ai fini della pubblicazione.
Cordiali saluti

Bon, prima botta dritta alla bocca dello stomaco. Messa ampiamente in preventivo, ma un conto è sapere che ti deve arrivare un manrovescio, un conto è pigliarlo dritto in faccia. Quindi, da registrare al momento della lettura: sudori freddi per l’emozione, prima lettura convulsa senza capirci nulla a parte il fatto che è un rifiuto, seconda rilettura più attenta che comunque conferma che l’estratto del romanzo che ho mandato, non è piaciuto. O non interessa. Che ai fini pratici non sposta la questione di un millimetro, sia ben chiaro.

La prima considerazione è: Ho mandato un estratto poco significativo

La seconda è: col cazzo, hai mandato la parte che consideravi migliore. Pirla.

La terza è: la sinossi non era adeguata

La quarta infine è: magari sì, ma tanto oramai poco cambia.

Questa ad ogni modo era l’unica casa editrice del lotto che prometteva una risposta in pochi giorni. Le altre riportavano come termine dai 3 ai 6 mesi con la promessa che solo i romanzi interessanti avrebbero avuto una risposta. Il resto… boh. Caminetto? Raccolta carta? Carta da riciclo?

Mah, per adesso mi massaggio la faccia sulla guancia dove ho preso lo sganassone…